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Gay & Bisex

C'EST LA VIE ... TOUJOURS LA VIE!


di SERSEX
27.12.2025    |    1.732    |    2 9.3
"Giò chiuse gli occhi un attimo, ancora dentro quell’estasi e con addosso quella consapevolezza amara: che si erano forse solo usati, sì — ma anche riconosciuti..."
La notte li aveva presi entrambi allo stesso modo: stanchi, insofferenti, con addosso una fame che non aveva più niente a che fare con la giovinezza. Non era eccitazione leggera, era una pressione continua, un bisogno che si accumula negli anni e che a un certo punto chiede il conto.
Si conoscevano da tempo. Troppo. Abbastanza da sapere dove faceva male guardarsi, e proprio per questo continuavano a farlo. Seduti uno di fronte all’altro, ginocchia aperte, bicchieri mezzi vuoti, la luce gialla che non perdona.
Ogni tanto uno dei due sorrideva, ma era un sorriso sporco, stanco, di chi sa già come andrà a finire e non ha più voglia di evitarlo.
Quando si alzarono, fu senza accordi. I corpi si avvicinarono come attratti da una forza più vecchia della volontà. Il contatto fu ruvido, imperfetto: una spalla contro il petto, una mano che stringe troppo forte, il fiato caldo sul collo.
Nessuna tenerezza iniziale, solo una frizione crescente, come se dovessero scorticarsi prima di potersi riconoscere.

David era lì, accanto al divano. Jeans attillati, felpa scura, occhi neri da dannazione.
Più giovane, ma non troppo. Forse quarant’anni.
Uno di quelli che ti fottono con lo sguardo prima ancora di toccarti.
Giò non disse nulla.
David lo guardò da capo a piedi, si morse il labbro.
“Voglio che ti spogli,” disse Giò.
David lo fece lentamente.
Sotto la felpa, un corpo asciutto, tatuaggi sparsi, capezzoli duri, un cazzo già mezzo duro che pulsava.
Si fissarono. Poi Giò gli si avvicinò e gli sussurrò:
“Scopami. Ma fallo come se non me lo fossi meritato. Fammi male. Fammi bene. Fammi tutto.”
David gli afferrò la nuca, lo spinse contro il muro. Lo baciò con una furia animalesca. Lingua, denti, saliva.
Giò si lasciò andare. Gemette.
Le mani di David lo esploravano come se volessero aprirlo, violarlo, ricomporlo.
Poi si inginocchiò e gli prese il cazzo in bocca. Senza dolcezza. Lo succhiava profondo, fino a farlo tremare. Le mani lo afferravano per le cosce, lo tenevano fermo.
Giò si sentiva usato.
Finalmente!

La testa gli cadeva all’indietro, il cuore rimbombava in petto.
“Voglio che mi prendi, ora,” ansimò. “Ma non con calma. Voglio sentire che ci sei. Che esisto.”
Si sdraiò sul letto a pancia in giù. Il lubrificante era già pronto.
David glielo versò sulla schiena, poi tra le chiappe, lo massaggiò con forza, con dita affamate, lo allargò.
“Non sei fragile. Sei fame,” sussurrò, e glielo infilò dentro in un solo colpo.
Giò urlò. Di dolore, di piacere.
Lo voleva così. Crudo. Totale.
Il letto scricchiolava. David lo prendeva forte, lo tirava per i capelli, gli leccava la schiena sudata.
Ogni colpo era un mantra: “non sei finito, non sei solo, sei ancora vivo.”
Poi Giò si girò, lo guardò in faccia.
Gli occhi lucidi. Non solo per il piacere.
“Non smettere,” disse. “Anche se piango. Anche se tremo. Anche se sembra troppo. Fammelo. Tienimi lì. Dentro.”
David rallentò un attimo. Gli prese il viso tra le mani.
“Va bene,” sussurrò. “Ma ora tu vieni con me. Vieni guardandomi. Vieni come se stessi rinascendo.”
E lo scopò così. Guardandolo. Profondo. Intenso.
E Giò venne. Senza toccarsi. Con un urlo. Con una lacrima.

Il respiro si fece più lento. Il corpo ancora caldo, il sudore sulla pelle come una carezza che non voleva svanire.
David era lì, sopra di lui, dentro di lui. La stanza sembrava tremare ancora per il sesso appena consumato, per la furia, per la dolcezza improvvisa di quell’ultimo sguardo.

Giò chiuse gli occhi un attimo, ancora dentro quell’estasi e con addosso quella consapevolezza amara: che si erano forse solo usati, sì — ma anche riconosciuti.
E che quella notte, per quanto sporca, li avrebbe seguiti a lungo.
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